Clonazione, giudici, media e parlamento

chi è legittimato a porre limiti alla ricerca scientifica?

l'opinione di Egidio Serpelloni

Osservatorio Politiche Sanitarie, Palermo
I ripetuti annunci di Clonaid sui primi bambini che sarebbero nati attraverso un processo di clonazione hanno riacceso in tutto il Mondo ed in Itala il dibattito sul significato della clonazione, sulla liceità della clonazione riproduttiva, sui limiti della scienza e sulla tutela dei valori etici della nostra società.

Un dibattito che si e' esteso in Italia alla clonazione in generale e che ha in parte compreso anche la ricerca sulle cellule staminali di derivazione embrionale, ottenute attraverso un processo denominato di clonazione terapeutica, i cui risultati sono attesi con speranza in tutto il mondo da milioni di persone con malattie degenerative croniche ancora senza efficace trattamento.

Come sosteneva alcuni mesi fa Stefano Corbetta su Italia Oggi, la questione, assai delicata, è solo l'ultima di una serie di problematiche che, in questi anni, sono state poste dalla continua evoluzione della ricerca scientifica, specie nel settore della vita umana.

Le tesi di Corbetta meritano di essere riprese, discusse e presentate alla attenzione della società e della politica con maggior forza e decisione, per non rischiare di essere colti impreparati dalla impetuosa rivoluzione della moderna biologia.

Si pensi, solo per fare qualche esempio tra i tanti, ai casi di utero in affitto, alla tutela delle informazioni genetiche, ai diritti dell'embrione, alla decisione di sospendere o meno la nutrizione di chi vive in stato vegetativo permanente.

L'enorme sviluppo delle biotecnologie pone infatti un interrogativo di fondo: la ricerca scientifica può avere dei limiti? Se sì, chi è legittimato a fissare dei paletti per stabilire il confine tra lecito e proibito? In effetti, la tesi più radicale, secondo cui la ricerca non incontra alcun limite, non è sostenibile, perché vi sono altri beni in gioco di fondamentale importanza (la tutela della vita e della salute umana, la tutela dell'ambiente etc.), che non possono, non devono, essere compromessi.

II nodo problematico consiste perciò nell'individuare questi limiti e il soggetto che è legittimato a porli. Una prima soluzione è quella di demandare ogni decisione agli scienziati, in quanto portatori di un sapere specialistico e quindi in grado di autoregolamentare la propria attività di ricerca. Senza dubbio, l'apporto conoscitivo degli studiosi è fondamentale per comprendere questo o quel fenomeno e i rischi a esso connessi; una della lacune più vistose nell'odierno dibattito sulle questioni nel campo della bioetica, infatti, è che su temi così delicati vi sia una cattiva informazione.

Se è perciò auspicabile che l'opinione pubblica venga correttamente informata, prosegue Corbetta, le decisioni finali non possono essere prese dagli esperti, in quanto carenti di qualsiasi legittimazione.

Ogni scelta, specie in ambiti così delicati e permeati di valore, quale la tutela della vita umana, è una scelta di valore, che non può essere demandata a una ristretta cerchia di scienziati (senza poi dire che nella comunità scientifica non vi è unanimità di vedute su molte questioni cruciali).

Un'altra via potrebbe essere quella di affidarsi unicamente alle decisioni dei giudici che, investiti di volta in volta di questa o quella questione specifica (clonazione, prelievo di cellule staminali da embrioni, gestazione extrauterina ecc.) dovrebbero porre delle regole per il singolo caso concreto, ricavandole dai principi fondamentali dell'ordinamento, quali, per esempio, i principi costituzionali. Si tratta di una soluzione empirica che, se ha il vantaggio di una certa flessibilità, tuttavia si rileva inadeguata perché, anche in questo caso, vi è un deficit di legittimazione.

Ecco perché ultima parola deve spettare al parlamento, il solo soggetto che rispecchiando la volontà popolare e in cui sono rappresentate le diverse opzioni culturali è politicamente legittimato a individuare dei valori e a porre delle regole. Infatti la legge, ogni legge, afferma un valore che, nei sistemi democratici, è quello condiviso dalla maggioranza. Inoltre il primato della legge offre certezze al cittadino: sapendo in anticipo ciò che è lecito e ciò che è proibito, ciascuno è in grado di orientare il proprio comportamento.

II vuoto legislativo, dunque, è pericoloso: non tanto (o non solo) perché il giudice può giungere a conclusioni non corrette, ma perché da un lato, in assenza di una legge, non vi è prevedibilità delle decisioni, dall'altro il giudice (come lo Scienziato) non ha alcuna investitura democratica. Si prenda il caso della clonazione umana; è vero che in Italia vi è un'ordinanza (emessa nel 1997 dall'allora ministro della sanità), sino a oggi reiterata dieci volte, con cui si vietano la clonazione umana e il commercio di ovociti, spermatozoi ed embrioni. Ma si tratta di un atto amministrativo e non di una legge dello stato.

Se dunque la legge, in quanto espressione della volontà politica, deve porre delle regole (con le relative sanzioni, anche di natura penale), tuttavia, in un ambito così delicato e controverso non si può ragionare solo a colpi di maggioranza.

L'importanza e la centralità dei valori in gioco sono così grandi da richiedere un consenso che sia il più largo possibile.

Inoltre, se scienziati e giudici non possono decidere per tutti, conclude Corbetta, tuttavia la loro voce, come quella dei filosofi, è importante perché il legislatore possa decidere in maniera informata, tenendo presente le indicazioni che provengono dal mondo della scienza e del diritto. Solo favorendo l'incontro e il dialogo tra le diverse discipline e tra le diverse culture è possibile giungere, nel campo della bioetica, a soluzioni equilibrate e largamente condivise



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questa pagina e' stata aggiornata giovedì 05 gennaio 2006
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