Vita creata in laboratorio oppure progetti di post-genomica?

l'opinione di Giuseppe Novelli

Dipartimento di Biopatologia e Diagnostica per Immagini
Università di Roma Tor Vergata

Il ventidue novembre 2002 tutti i giornali italiani (ma non quelli degli altri paesi OCSE) hanno dato notizia con grande enfasi della ricerca di Venter e Hamilton-Smith sulla cosiddetta "vita artificiale".

In molti ricercatori italiani, il fatto di vedere tanti titoli che sottolineavano i rischi, ha provocato qualche brivido: vuoi vedere che qualcuno, poco informato ma pronto nel cogliere le suggestioni dei "rischi della scienza", finirà per chiedere che si riducano i fondi o addirittura vengano messe al bando in Italia alcune ricerche di genetica?

Nella tempestosa navigazione della barchetta della scienza italiana in questo periodo di tagli al bilancio, non se ne sentirebbe proprio la necessità.

Chiedo dunque un po' di pazienza ai lettori del Messaggero e provo a tornare sull'annuncio di ieri per aggiungere qualche - spero utile - informazione.

Partiamo dalla domanda più calda: quali sono i rischi di un progetto simile?

Certamente non molto diversi da quelli propri delle biotecnologie e che comunque si possono analizzare, accertare, quantificare e prevedere entro certi limiti. La nostra impressione è che comunque questi "microrganismi artificiali" saranno per loro natura difettosi (in quanto mancanti di numerosi geni) e pertanto difficile da mantenere in vita, ma gli scenari che potrebbero aprirsi saranno comunque straordinari.

Durante gli ultimi dieci anni, la quantità di informazione genetica disponibile per i diversi organismi, è raddoppiata in media ogni 13 mesi. Si stima che per la fine di quest'anno, saranno disponibili nelle banche dati private e pubbliche, i codici genetici di almeno 300.000 nuovi geni dei quali non era nota l'esistenza e nemmeno ipotizzabile la funzione. Molti di questi geni codificano infatti per proteine attive in processi metabolici ancora sconosciuti.

Le banche cibernetiche dei geni contengono già nelle loro memorie il genoma di oltre cento diversi organismi, dal più piccolo, quello del mycoplasma genitalium, al più esteso tra quelli completati finora, quello della Homo sapiens sapiens.

Una tale ricchezza di informazione comporterà necessariamente lo sviluppo di strumenti e di tecnologie in grado di gestire in modo simultaneo i prodotti (proteine) codificate da interi genomi o larga parte di essi per dare "vita" ad un nuovo modo di concepire la biologia e la medicina.

In questo senso va inteso il progetto lanciato ieri da Craig Ventre e Hamilton-Smith e cioè di sviluppare idee e programmi di ricerca mirati alla comprensione della funzione dei geni, del modo come questi interagiscono o dialogano tra loro e con l'ambiente. Attualmente, ciò viene fatto studiando singolarmente ogni gene e il suo prodotto, ma comprendere come fa una cellula o un microrganismo, a dividersi, a nutrirsi, oppure a muoversi o specializzarsi (ad esempio, in un microbo patogeno o in una cellula epatica invece che renale) diventa praticamente impossibile. L'idea di Venter e Hamilton-Smith va proprio in questa direzione, questi scienziati infatti ritengono che studiare contemporaneamente decine, centinaia, o migliaia di geni dopo averli trasferiti in microrganismi "svuotati" del loro genoma, si potrà finalmente comprendere come gruppi di geni interagiscono tra loro e con l'ambiente. Le ricadute potranno essere diverse e straordinarie dal punto di vista biologico per capire finalmente fenomeni come l'infettività massiccia di un microbo oppure i meccanismi che stanno alla base delle malattie comuni dell'uomo come il diabete, l'aterosclerosi, il cancro che sono appunto dovuti ad anomalie dell'interazione tra geni e non a difetti di un singolo gene.

Gli sviluppi della genetica molecolare stanno creando le basi per ripensare la medicina nei suoi fondamenti. Partendo proprio dalle conoscenze del genoma, ora si guarda soprattutto al come funzionano i geni piuttosto che al perché esistono. La capacità di capire come i geni funzionano renderà definitivamente chiaro quali sono le alterazioni alla base di tutte le patologie dell'uomo. E' evidente che questo grado di conoscenza dovrà essere accompagnato da una crescita culturale e tecnologica ad evitare di commettere errori di valutazione o inutili allarmismi che si riflettono poi nella limitazione di risorse alla ricerca scientifica e tecnologica che nel nostro Paese è già largamente penalizzata.

24.11.2002



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